Sindacato e legalità

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Una pubblicazione sulla legalità promossa dal sindacato 

Il movimento sindacale ha nel corso della sua storia sempre avuto un  “conto aperto” con la legalità formale che si temeva finisse per tutelare solo i ceti privilegiati e gli interessi particolari delle classi più forti, quando la stessa esistenza ed ogni attività di contrasto all’avidità padronale erano vietate dalla legislazione (a cominciare dalla testimonianza storica offerta, fin dalla Rivoluzione francese, dalla Legge “Le Chapelier”, che vietava la costituzioni di organizzazioni di tutela del lavoro ma non dell’impresa e degli imprenditori).

La legalità è però divenuta una bandiera del sindacato quando esso ha identificato nella lotta all’illegalità un passaggio obbligato dell’azione di tutela delle condizioni dei lavoratori, come, in specie, nel campo dell’edilizia. Non sorprende dunque che l’editore Di Girolamo – in collaborazione con la FILCA-CISL, sindacato dei lavoratori delle costruzioni, abbia – nella collana “Sindacalario” dedicata alle parole che interessano l’azione sindacale – pubblicato il primo volume dedicandolo proprio a questo tema: A. Cavadi, Legalità, Trapani, 2013.

Il volume chiarisce in diciassette, brevi, densi capitoli i nodi essenziali della tematica, servendosi di una efficacissima prosa capace di comunicare e farsi comprendere. Occorre infatti chiedersi, come fa l’autore: per quale ragione assoggettarsi al comando? Perché rinunciare alla libertà individuale la quale sola, come sembrerebbe, assicura la felicità – amara o soddisfatta che sia – dell’autonoma decisione, per sottoporsi invece al duro limite delle regole comuni, e dunque per loro stessa natura costrittive? Perché accettare l’obbedienza alla legge se di essa sfugge spesso al singolo la ragione ?  E soprattutto: quando una legge  sia dichiaratamente ingiusta perché emanata da un potere autoritario (come accadde con i totalitarismi) la legalità non è forse strumento dell’ingiustizia a cui ribellarsi per seguire la legge morale ? Ma anche quando la legalità fosse a presidio di un ordine ingiusto, si può affermare la legalità senza contribuire a rinsaldare la diseguaglianza e l’ingiustizia ?

Alla legalità funzionale solo ad un assetto diseguale ed ingiusto della società, infatti,  il movimento dei lavoratori ha contrapposto una legalità nuova che nasceva dalle lotte, dalle rivendicazioni, dai contratti che ne concretizzavano la sostanza, dalle acquisizioni normative, all’interno della cornice egualitaria assicurata dagli ordinamenti democratici, e ,soprattutto, da quelle democrazie che proclamavano i principi fondamentali di libertà e giustizia sociale garantendoli nelle Carte costituzionali  (vedi gli artt. 1 e 3 della Costituzione repubblicana italiana).

Di speciale interesse il tema posto al Cap. XIII, allorché si esamina anche l’illegalità (talvolta rivelantesi sotto forma di “a-legalità”, come scrive Cavadi) che può allignare nei regimi democratici anche per le pressioni delle élites o dei gruppi organizzati che assoggettano, attraverso la legge, l’interesse generale agli interessi particolari, traviando il significato stesso della norma.  Se in democrazia il problema della legalità si realizza come applicazione della norma legittimamente formulata, la legalità però riveste un ruolo fondamentale per “verificare” la sostanza del comando che è all’origine della norma, la quale il cittadino invoca a sua tutela nel rapporto con il potere. Occorre risalire al momento nel quale si definisce – dando vita al modello contemporaneo della legalità – la relazione tra Stato e cittadino attraverso l’emanazione e l’applicazione della legge fondata sulla sovranità popolare.

All’interno di questo processo la legalità ha assunto un valore sostanziale e non più meramente formale di pura “aderenza esteriore alla norma”, anche se nel nuovo quadro anche l’aderenza formale acquista nuova verità. La legalità – vissuta come adesione e rispetto della normativa emanata a tutela del bene comune (e quindi repressiva o limitativa di ogni privilegio o disuguaglianza che possa avvantaggiare le pretese dei più forti e dei più abbienti) – va intesa come tutela della libertà sostanziale dei cittadini e degli uomini del lavoro. Occorre peraltro respingere ogni pericolosa tendenza a sostenere che l’efficienza (ritenuta più rapida) debba prevalere sulla legalità (ritenuta una insopportabile lungaggine che ritarda l’azione pubblica democratica), fino al punto da dover contrastare chi sostenga che sia preferibile sospendere la tutela offerta dalla legalità per tutti in nome della efficace realizzazione di obiettivi affidati ai pochi abilitati (le élites o le caste) che andrebbero (secondo queste tesi utilitaristiche e liberiste) a vantaggio della comunità, ed invece sono intese a mantenere il dominio delle oligarchie che la legalità mette in discussione.

Insomma, un volumetto agile e leggibile da un pubblico ampio, che ribadisce una adesione non di maniera e non formale del movimento sindacale al principio di legalità.

GIUSEPPE ACOCELLA